Il libro di Stefano Mancuso, La nazione delle Piante , è un libro potente. Istruttivo per la situazione attuale.

L’A. dirige il Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale ed ho avuto modo di scriverne a proposito di Botanica. Viaggio nell’universo vegetale.

Mancuso parla delle piante per parlare agli uomini. Ritorna in modo prepotente in quest’opera il richiamo all’assoluta necessità di un rapporto ecologico e rispettoso dell’ambiente, ma soprattutto l’esortazione a prendere esempio dal mondo vegetale per rendere più efficiente l’organizzazione degli umani.

Riproporne oggi la lettura è opportuno non solo perché il mondo brucia e annega. E’ opportuno perché la nostra organizzazione sociale, le relazioni tra gli umani, si stanno dimostrando ogni giorno più inefficienti e compromesse.

L’articolo 3 della carta dei diritti delle piante stilata da Mancuso recita:

La Nazione delle Piante non riconosce le gerarchie animali, fondate su centri di comando e funzioni concentrate, e favorisce democrazie vegetali diffuse e decentralizzate.

Mancuso sostiene che piante ed animali si sono separati fra i 350 e i 700 milioni di anni fa. E’ stato uno snodo decisivo nell’evoluzione del pianeta. In quel ‘momento’ vi è stata una differenziazione tra i vegetali, radicati al terreno, energeticamente autonomi grazie alla loro prodigiosa capacità di fotosintesi, e gli animali obbligati a predare altri organismi viventi e per questo dotati di capacità di movimento (cfr. p.53)

L’interpretazione di Mancuso è affascinante e convincente. Il fatto che le piante non abbiano la possibilità di movimento ha loro imposto di adottare una strategia evolutiva che ha portato a distribuire nell’intero corpo le funzioni che gli animali concentrano in organi specializzati. Differenza fondamentale che rende il corpo degli animali profondamente vulnerabile perché il malfunzionamento di un organo può pregiudicare la sopravvivenza dell’intero organismo.

Il fatto che gli animali e l’uomo dispongano di un cervello che dirige organi specializzati ha condizionato le organizzazioni sociali: le aziende, i partiti, gli eserciti, le scuole, sono organizzati secondo strutture piramidali.

Il vantaggio delle organizzazioni piramidali è dato dalla velocità con la quale un capo, l’unico titolato a decidere, è in grado di stabilire il da farsi. Questo vantaggio svanisce miseramente a causa della necessità che la costruzione verticistica ha di instaurare una burocrazia che trasformi in consuetudine la trasmissione dei comandi, con l’aggravante che la burocrazia tende a replicare se stessa (p.54 e seg.).

Il vantaggio svanisce inoltre perché sulla base del principio di J. Peter (1969), “in una gerarchia ogni dipendente tende a salire al suo livello di incompetenza”.

Le strutture gerarchiche fanno anche male alla salute, come dimostrano i numerosi studi secondo i quali il livello di stress dell’individuo è inversamente proporzionale al livello gerarchico (cfr. p.62). Ma, soprattutto, le strutture piramidali sono fragili perché (citando Hannah Arent) nell’organizzazione gerarchica gli addetti alla trasmissione degli ordini sono inconsapevoli del significato ultimo delle loro azioni.

Possibile, si chiede l’Autore, che nonostante tutti i limiti intrinseci alle organizzazioni piramidali non si riesca ad immaginare qualcosa di meglio? (p.83).

Qualcosa di meglio in effetti è stato elaborato: se si confronta la topografia di un apparato radicale con una qualunque mappa di internet, appare evidente la similarità dell’architettura, non a caso pensata in origine per resistere a minacce più gravi di tipo militare.

“La nazione delle piante [conclude Mancuso] utilizzando soltanto modelli organizzativi diffusi, decentralizzati e reiterati, si è liberata per sempre di fragilità, burocrazia, distanza, sclerosi, inefficienza, tipici dell’organizzazione gerarchica o centralizzata di natura animale.” (cfr. p.69).

Il ragionamento di Mancuso è efficace e paradossale. Efficace perché indica con chiarezza la strada da seguire: solo la consapevolezza diffusa di una comunità solidale, non gerarchica, in grado di scambiare informazioni, consapevole dei propri diritti, ha la possibilità di sopravvivere. Paradossale perché l’evoluzione animale non ha portato soltanto alla replica di strutture piramidali a misura di maschio Alfa, ma ha determinato negli individui la centralità dei propri bisogni. Difesa del proprio recinto e protezione per il futuro sono le molle che regolano le costruzioni sociali e i loro destini.

L’ impostazione individualista e di branco, inevitabilmente autoritaria, sta portando le nazioni ed il pianeta alla rovina: richiami di tribù e brutali semplificazioni fanno sì che si assegni il ruolo di capitano a chi dichiara con più veemenza di assecondare il riflesso istintivo.

Sta tuttavia montando una maggiore consapevolezza. L’obiettivo di questi potenti sommovimenti sociali ormai vistosi non è salvare il pianeta. L’obiettivo è la giustizia, l’uguaglianza effettiva: fare in modo che i diritti fondamentali, acqua, aria, cibo, puliti e sufficienti, siano e a disposizione di tutti, ora e in futuro. E hi si occupa di cibo non può non occuparsi di un cibo buono per tutti.