Funghi e formiche. Il cibo e il destino

Per i tipi di Adelphi è appena uscito il volume Bert Hölldobler – Edward O. Wilson Le formiche tagliafoglie, Milano, 2020, pp. 191. Riprende uno scritto del 2011 dei due autori, fra le massime autorità della mirmecologia, cioè dello studio delle formiche.

Credo che il volume sia l’esito di un’operazione scaltra di Adelphi straordinariamente abile nel pre-sentire dove si stiano dirigendo gli interessi dei lettori: esausti di libri e romanzi inconsistenti, incapaci ad offrire uno sguardo nuovo sul mondo, utili a blandire l’ego dello scrittore ed alimentare il cash flow dell’editore.

Di questo bisogno di un nuovo sguardo conoscitivo sono esempi ben più affascinanti i contributi di Carlo Revelli, di Stefano Mancuso e di Riccardo Falcinelli, per fare alcuni nomi. In questi autori, in comune, vi è lo smantellamento dell’ovvio. Tendono ad adottare un approccio alla realtà nel quale non vi è alcunché di assoluto, se non l’assoluta relatività del nostro sguardo, influenzato dalla conformazione fisica, dalla fisiologia, dalla capacità di calcolo, dalla cultura dominante. Si badi, alla fonte, una straordinaria passione per l’uomo e per la nostra terra.

Per tornare alle formiche, l’assunto fondamentale del libro è l’affermazione dell’importanza dell’interazione tra cibo e sviluppo delle capacità cognitive, tra sistemi di procacciamento delle risorse alimentari e organizzazione della comunità.

“Tanto l’emergere della civiltà umana quanto l’evoluzione dei superoganismi degli insetti, nella loro espressione estrema, furono realizzati grazie all’agricoltura, ovvero una forma di simbiosi mutualistica degli animali con le piante o con i funghi” (Op. cit. p. 25)

I grandi formicai costruiti dalle formiche tagliafoglie dei generi Acromirmex (24 specie) e Atta (15 specie) costituiscono veri e propri superorganismi la cui affermazione sulla Terra è stata resa possibile, secondo gli Autori, dallo sviluppo simbiotico tra colonie di formiche e coltivazione di funghi all’interno dei formicai.

“Circa 50-60 milioni di anni prima di questo straordinario cambiamento [del passaggio cioè dell’uomo da cacciatore-raccoglitore ad agricoltore-allevatore, avvenuto diecimila anni fa], alcuni insetti sociali avevano già compiuto la transizione evolutiva da un’esistenza legata alla caccia e alla raccolta, all’agricoltura.” (ibd.)

Nelle formiche tagliafoglie ciò ha reso possibile sia un diverso sviluppo morfologico dell’individuo, sia l’affermarsi di strutture sociali caratterizzare dalla specializzazione dei compiti a fini alimentari e riproduttivi: superorganismi dotati di sistemi di comunicazione e di divisione dei compiti nei quali il destino del singolo è subordinato alla prosperità comune.

Il testo rimane in superficie nell’indagine dei meccanismi di comunicazione tra gli individui del superorganisno, ridotta a tracce olfattive e vibrazioni, rinvia genericamente alla spinta evolutiva quando si tratta di capire come organismi dalla breve vita e dai pochi neuroni possano tramandarsi le informazioni sul come pulire, curarsi, riprodursi.

Alla fine della lettura, a volte disarmante nella minuzia della catalogazione per i non è specialisti, rimane il senso fantastico del destino comune che lega le diverse forme di vita sul pianeta (con un salutare bagno di umiltà) e la riconferma che il destino della specie umana è condizionato in modo cruciale dal modo in cui ci procuriamo e distribuiamo il cibo e che, di converso, capire i meccanismi del cibo significa leggere i nostri destini.

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