La leggenda del riso

In previsione del corso interattivo sui Risotti de La scuola di cucina intelligente riportiamo di seguito l’introduzione al materiale didattico redatto qualche anno fa che ci racconta di come il cibo, quello essenziale, affondi le sue radici nell’atavico immaginario collettivo.

In India si narra una bellissima leggenda che si perde nella notte dei tempi. Essa rivela l’origine di questa piantina, che non ebbe né padre né madre, e non fu nemmeno figlia di un seme, ma di un prodigio.

Shiva, la divinità, si innamorò perdutamente della bella Retna Doumila (Gioia Raggiante), che però lo respinse. Assillata dalla corte pressante del suo ammiratore, cercò di temporeggiare chiedendo un dono di nozze alquanto strano: una vivanda gustosa, fresca, nutriente e ancora sconosciuta. Così Shiva inviò sulla terra un messo per individuare la pianta relativa, ma perdutosi anch’egli in una folle avventura amorosa, dimenticò l’incarico e rimase sulla terra. Shiva, infuriato ed ormai al limite della sopportazione, decise di sposare la fanciulla contro il suo volere. Ma poco prima del matrimonio, Retna Doumila si tolse la vita.

Quaranta giorni dopo la sua morte, spuntò proprio sulla tomba un’umile pianticella, il riso appunto, che avrebbe sfamato in seguito milioni di uomini.

Questa leggenda rinvia all’ipotesi che la pianta derivi da una selezione naturale di un’erba spontanea.

Troviamo il termine “A risi” nella lingua Tamil, dell’India Meridionale, più di 5000 anni fa. Attraverso il sanscrito, l’iranico, il greco ed il latino, diventò poi “Oryza”; tradotto in italiano come RISO.

La sua coltivazione pare sia stata praticata nella Cina nord orientale, prima che altrove. Da lì passò nel Giappone, nell’Indonesia, nell’India, nella Siria. Sia in Palestina che in Egitto, non esisteva la risicoltura prima della nascita di Cristo, poiché non la menzionano né le fonti storiche egiziane, né il Vecchio e il Nuovo Testamento. In Occidente la sua comparsa fu dovuta alle spedizioni di Alessandro Magno, e in Italia la sua diffusione avvenne intorno al VI secolo, per merito degli arabi, in Sicilia e in Calabria. La coltivazione, però, iniziò molto dopo. I romani lo conoscevano quale merce d’importazione e lo facevano arrivare dall’Oriente, pagandolo caro, e destinandolo al consumo d’élite e per gli ammalati.

Tra le famiglie romane c’era la convinzione che il riso avesse doti terapeutiche e cosmetiche eccezionali: ne ricavavano, dunque, maschere di bellezza, pomate, medicine e decotti. Un decotto di riso e frutta veniva usato come ricostituente nelle gare sportive. Anche nel Medioevo, il riso, merce di lusso, veniva importato a piccoli quantitativi dalla Cina, con notevoli difficoltà di trasporto: infatti teme molto l’umidità. Con le spezie e le droghe orientali, veniva venduto nelle drogherie ad un prezzo elevatissimo. Esisteva una vera e propria regolamentazione ministeriale che stabiliva la quantità e i prezzi per la distribuzione.

Il primo documento che data in modo certo la coltivazione e la compravendita di questo cereale è una lettera che Galeazzo Maria Sforza, duca di Milano, scrisse al duca di Ferrara per cedergli una partita di sementi. Era il 1475.

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