Dal cibo alla consapevolezza collettiva: lo stupefacente tragitto di Michael Pollan

Michael Pollan ha influenzato, come pochi altri,  il pensiero ed il consumo alimentare in America e nel mondo occidentale nell’ultimo ventennio. Di lui si ricordano soprattutto gli studi che hanno fatto epoca come “Il dilemma dell’onnivoro” (2008), “Cotto” (2014), “Una seconda natura” (2016) ed altri testi che hanno stabilito la necessità di ricostruire un rapporto autentico e diretto col cibo, non solo come condizione necessaria per il proprio benessere e per la sostenibilità in generale, ma anche per la costruzione della propria identità e della propria collocazione nel mondo.

Col volume Come cambiare la tua mente, Milano, Adelphi, 2019, pp. 474, l’A. ha abbandonato le ricerche sul cibo ed ha intrapreso uno straordinario viaggio sul tema degli allucinogeni,  in particolare LSD e psilocibina, alla scoperta di dimensioni della coscienza che normalmente ci sono precluse.  Considero la pubblicazione di questo libro uno dei segni più rappresentativi di una sensibilità nuova e diffusa, di una più generale tendenza a superare una considerazione strettamente individualistica dei destini dell’uomo, centrata su un Io ipertrofico,  verso la consapevolezza di una mente collettiva ed universale.

Scrive Pollan “Ma se quei frammenti di fungo essiccato [i funghi contenenti la psilocibina, sostanza psichedelica] mi hanno insegnato qualcosa, è che esistono, e sono accessibili, alcune forme di coscienza più strane; e per citare ancora William James, la loro stessa esistenza – quale che sia il loro significato – vieta una prematura chiusura dei conti che dobbiamo rendere alla realtà. Con la mente aperta e fatto di funghi: ecco come ero adesso pronto a riaprire miei conti con la realtà.” (cit. p. 147).

Le sostanze psichedeliche, l’LSD, la psilocibina, la mescalina, “spalancano le porte della percezione, lasciando entrare nella nostra consapevolezza cosciente un barlume di infinito” e, come avvenne a Leary che affermava: “Imparai che il cervello è un biocomputer sottoutilizzato… che la coscienza normale è una goccia in un oceano di intelligenza. Che coscienza e intelligenza possono essere sistematicamente espanse. Che il cervello può essere riprogrammato” (cit. p. 200).

Sotto l’effetto della psilocibina Pollan dichiara: “Chiunque fossi, adesso, ero soddisfatto di qualsiasi cosa accadesse. Niente più ego? Andava benissimo, a ben vedere era la cosa più naturale del mondo. E poi guardai e mi vidi ancora là fuori, ma stavolta diffuso nel paesaggio con una vernice o del burro, sottile strato di una sostanza che riconoscevo come ‘me’, spalmata su una superficie del mondo.” (cit. p. 277)

“Ripensando a questa parte dell’esperienza, a volte mi sono chiesto se questa consapevolezza persistente non potesse essere l’Intelletto in Genere descritto da Aldus Huxley durante il suo triplo del 1953 con la mescalina”. (cit. 278). “Mentre l’ego dorme, la mente gioca, proponendo schemi di pensiero inattesi e raggi di relazione. Lo iato tra sé e il mondo […] ora si chiude facendoci sentire meno separati e più connessi, ‘una parte o una particella’ di una qualche entità più vasta. Poco importa, poi, se chiamiamo quell’entità Natura, Intelletto in Genere, o Dio. Sembra tuttavia che proprio nel crogiolo di quella fusione la morte perda, in parte, la capacità di tormentarci.” (cit. p. 303).

Pollan sostiene che il nostro cervello, evolutivamente, è una potente macchina predittiva e, in quanto tale, le nostre percezioni non ci offrono una “trascrizione letterale della realtà, ma piuttosto un’illusione, priva di soluzioni di continuità, intessuta a partire tanto dai dati forniti dai sensi, quanto dai modelli presenti nella memoria. (cit. p.321). “Questo solleva un interrogativo: in che misura la normale coscienza in stato di veglia è diversa da altri prodotti della nostra immaginazione, in apparenza meno fedeli, come i sogni, i deliri psicotici o i trips psichedelici? In effetti, tutti questi stati della coscienza sono immaginari: costrutti mentali che intrecciano nuove informazioni con precedenti di vario genere.”(cit. p. 322).

Del questo libro straordinariamente denso interessa estrarre alcune considerazioni, magari marginali, che tuttavia possono essere illuminanti circa il viraggio della sensibilità del nostro tempo, che trova, come sempre, nei rapporti col cibo, una specie di fedele sismografo registratore.

Il viaggio di Pollan, in primo luogo, è nei territori della consapevolezza, che sradica la dimensione individuale e teorizza, addirittura, una coscienza collettiva che trascende, alimentandosene, della consapevolezza individuale, segnando un’inequivocabile convergenza tra pensiero occidentale e sensibilità orientale. Il tema della consapevolezza è centrale nella riflessione sul cibo. E anche in questo ambito essa transita dalla dimensione individuale – viaggiando sotto l’etichetta di mindful eating – alla dimensione collettiva della sostenibilità alimentare.

Il seconda tema è sicuramente quello della complessità: ci si può fermare alla superficie delle cose, alla lettura elementare ed intuitiva: si vive lo stesso ma non si fanno progressi.  Siamo forse stanchi di un mondo complicato e illeggibile, tuttavia più progrediamo nel pensiero, più è chiaro che la nostra individualità non regge al pensiero analitico, alle nuove acquisizioni scientifiche: basti pensare che il nostro organismo è costituito da una quantità di DNA inferiore a quello contenuto nel nostro microbiota, di cui non ci rendiamo conto e che consideriamo estraneo, eppure è l’entità che media la nostra identità individuale con l’universo più di quanto facciano i nostri sensi. Il tema della nutrizione e del fare cucina si staglia inevitabilmente in una dimensione sistemica, non solo concentrata sulla chimica dei nutrienti bensì sugli infiniti universi concentrici nei quali siamo immersi. Se si volesse provare la vertigine dell’affacciarsi ai bordi degli infiniti universi, si legga di Guido Tonelli, Genesi. Il grande racconto delle origini, Milano, Feltrinelli, 2019, pp. 223.

Il terzo tema è quello della critica del miope egoismo che ci condanna alla sterilità mentale ed evolutiva. L’attenuazione dell’Io non è solo uno stato mentale che ci consente di provare ‘gratitudine’ e alla morte di non tormentarci, è la condizione necessaria per la nostra sopravvivenza materiale, e in questo, la buona riflessione deve lasciar posto alla buona politica.

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